In una serie televisiva di produzione Rai un giornalista ha intervistato uomini e donne che si sono rintanate tra le forre e gli altopiani dell'Italia minore, fuggiti da un presente irriconoscibile gettando la spugna dal ring della competizione tra esseri umani. Un ragazzo fa i turni di notte in un macello per coltivare il sogno della compagna di tenere aperta una libreria "di frontiera" con marmellateria e tisaneria nell'Irpinia, un ex maresciallo dei carabinieri non del tutto in quadro che a fatica spiega al cronista il motivo per cui raccoglie pietre con le quali intesse dialoghi profondi. Poi storie di centenari nella fortunata Zona blu dell'Ogliastra o angoli di vita ritrovati in proprietà ereditate nella Toscana delle colline Metallifere, a cacciare per procurarsi una bistecca glocal nel totale disprezzo dei supermercati.

Lo scenario di ritorno si adatta perfettamente alla storia di un Paese arcaico come l'Italia che non ha saputo trattenere i suoi figli che all'estero hanno cercato la fortuna professionale e personale sino a quando in una qualunque edicola italica non si acquisti una copia di Repubblica. Alessando Brariccco ottiene dal quotidiano una pagina per spiegare il motivo per il quale ha registrato con la sua viva voce un file audio in cui ha letto dalla prima all'ultima parola il suo romanzo "Novecento" per appoggiarlo su un sito specializzato in NFT con la speranza di venderlo all'asta per un sacco di soldi.

Si sa che la democrazia del denaro non esiste e Baricco magari venderà il suo file di 85 minuti a qualche milione di euro, perchè lui è Baricco e solo in Italia ha un cospicuo seguito come scrittore televisivo; ex bellone anni Novanta in grado di insegnare a scrivere nella sua Scuola Holden a decine di figli di papà che non sapendo cosa fare nella vita cercano di farsi lanciare dal nostro intellettuale nella gora degli scrittori che scrivono libri che nell'80% dei casi non venderanno nemeno una copia. Alla peggio continueranno a scrivere per se stessi in qualche casale nelle Crete senesi, con il cane grigio accanto al camino e il nasone nel calice di Brunello da postare su Instagram.

Parlare di catene di blocchi in latitudini che se non esistessero le paraboliche non avrebbero nemmeno la connessione internet è complicato e fuori luogo perchè il poeta-pastore dell'Alto Molise non capirebbe il motivo di farsi rovinare la giornata mentre pascola le sue caprette. Eppure in molti ci vorranno provare.

Voi preferireste ogni giorno vedere il cielo blu dei paesi dell'osso sullo spopolato Appennino centro meridionale campando di niente barattando pecorini, tessuti e vino a chilometro zero o sareste tentati dal creare un asset immateriale che vi arricchisca in fretta per continuare ad inseguire il sogno di una vita da influencer in questo mondo infetto? Beveteci su e sappiatemi dire.

Non esiste una giustizia ingiusta e neppure una giustizia giusta. Il diritto non può prevedere aggettivi che pieghino, modificandola, la propria natura.

Angelo Burzi, capogruppo in Regione e fondatore di Forza Italia in Piemonte, si è tolto la vita la notte di Natale perchè aveva esaurito i termini necessari a spiegare a se stesso e ai giudici che lo avevano condannato le ragioni della sua innocenza. La sua ultima lettera parla anche di questo.

Conoscere per decidere

Ho vissuto splendidamente sino al compimento del mio 73mo compleanno. Poi, da settembre sono cominciati i problemi… la notizia delle udienze alla fine previste per il processo di appello ed un iniziale mal di schiena. Partiamo da questo e, abbreviando un percorso durato tre mesi, si arriva ad una Pet di fine novembre, ad una biopsia ed a una Tac tutt’altro che positive. Si preannuncia quindi un prossimo futuro di approfondimenti, di interventi chirurgici e di terapie per nulla gradevoli… panorama non certo entusiasmante, ma c’è di peggio.

La giustizia è un esempio appunto del “peggio”, non trascurando che lo scrivente è certo di essere totalmente innocente nei riguardi delle accuse a lui rivolte. Alla fine del processo di appello, 14 dicembre u.s., ho totalizzato una condanna a tre anni per peculato svolto continuativamente dal 2008 al 2012. I possibili sviluppi stanno in un possibile nuovo ricorso in Cassazione, che avrà con grande probabilità un esito nuovamente negativo, diciamo alla fine del 2022. E qui iniziano i problemi seri perché interverrà la sospensione dell’erogazione del vitalizio per la durata della condanna. Probabilmente si sarà fatta nel frattempo nuovamente viva la Corte dei conti pretendendo le conseguenze del danno di immagine da me provocato, diciamo non poche decine decina di migliaia di euro.

Conclusioni

Credo tutto ciò sia soggettivamente insostenibile, banalmente perché col vitalizio io ci vivo, non essendomi nel corso della mia attività politica in alcun modo arricchito, e sostanzialmente perché non sono più in grado di tollerare ulteriormente la sofferenza, l’ansia, l’angoscia che in questi anni ho generato oltre che a me stesso anche attorno a me nelle persone che mi sono più care, mia moglie, le mie figlie, i miei amici.

Preferisco dare loro oggi, adesso, una dose di dolore più violenta, ma una tantum… poi la loro vita potrà ricominciare visto che hanno, contrariamente a me, una larga porzione di futuro davanti a sé, futuro che non voglio danneggiare o mettere a rischio con una inutile mia ulteriore presenza su questo palcoscenico.

Siccome arrendermi non è mai stata un’opzione, frangar non flectar, esprimo la mia protesta più forte interrompendo il gioco, abbandonando il campo in modo definitivo.

Serve anche fare un non esaustivo elenco dei personaggi che maggiormente hanno contraddistinto in maniera negativa questo mia vicenda in quasi dieci anni. Dapprima i giudici del primo processo d’appello, i quali, con una sentenza che definire iniqua e politicamente violenta è molto poco, azzerarono la sentenza di primo grado che mi vide assolto per insussistenza del fatto dopo due anni di dibattimento in aula. Poi l’uomo nero, il vero cattivo della storia, il sostituto procuratore che dall’inizio perseguì la sua logica colpevolista, direi politicamente colpevolista. Essendo persona preparata e colta non si arrese rispetto alle assoluzioni del primo grado, ma appellandosi a sua volta ottenne la condanna nel successivo appello. Ancor più colpevole a mio avviso perché, conoscendo in dettaglio i fatti che mi riguardano, insistette nelle sue tesi. Infine trionfò pochi giorni fa con l’esito del rinnovato appello determinato dalle decisioni della Cassazione.

In questo caso con il contributo significativo del presidente e relatore della Corte, l’ultimo arrivato sulla scena, le cui motivazioni non sono ancora note, bisogna attendere i 90 gg dalla sentenza, ma è evidente che ci ha messo molto del suo, probabilmente aggiungendo le sue valutazioni di ordine etico morale, del tutto soggettive e prive sia di sostanza che di sostenibilità giuridica, alle richieste dell’accusa. Se la procedura glielo avesse consentito, credo le avrebbe ampliate.

Desidero infine che il mio abbandono non sia in alcun modo connesso con il Natale, è solo dovuto alla concomitante assenza fisica di mia moglie, il che lo rende oggi praticabile. Spero però sia di esplicita condanna per coloro che ne sono stati concausa e di memoria per coloro che, leggendo queste poche righe, le potessero condividere.

Importante anche non dimenticare il ruolo positivo della Presidente Bersano di Begey che svolse eccellentemente il suo non semplice ruolo durante il primo grado del processo, leggendo le carte disponibili, sentendo coloro che avevano titolo, distinguendo le spese per la loro inerenza al mandato dei consiglieri, condannando severamente i colpevoli ed assolvendo gli altri, fra i quali io stesso. Insomma facendo il giudice!

Me ne vado in eccellente forma psichica, abbastanza traballante in quella fisica, certo che questo mio gesto estremo sia l’unica strada da me ancora percorribile… la riduzione e la cessazione futura del danno!

Siccome credo in Dio sono anche certo che Lui comprenderà e che quindi non passerò l’eternità tra le fiamme degli inferi.

Con sincerità

Angelo Burzi 

Ps: chi fosse destinatario di queste parole sappia di essere autorizzato a farne l’uso che crede. Ne posso rispondere solo io, che però non ci sarò più.

 

 

Non ci contavo più. Fabrizio però una sera di due mesi fa me lo aveva promesso ed è riuscito a ritrovare nelle spelonche gelide di una macchina virtuale l'ultimo backup che ha consentito di non perdere tutto ciò che avevo scritto su questo blog sino a pochi mesi fa. Dieci anni sono un tempo che visto oggi è preistoria, considerata la velocità di trasformazione della società e dell'incalzante ritmo della tecnologia e dell'informazione, il nuovo secolo era già iniziato portando con se' cose belle ed altre molto meno.

In veste rinnovata è così tornato torinoduezero.it e sono ancora qui, a stigmatizzare come atto vile ed indegno l'attacco hacker che ha cancellato tutti i contenuti di questa pagina nata dieci anni fa per immaginare una proposta politica per la Torino che ancora rideva per qualcosa e che ha finito per diventare la lavagnetta dei miei sfoghi, dove posso scrivere ciò che non riesco a dire la domenica mattina mentre mi faccio la barba. Sono però andati distrutti per sempre gli ultimi post che non recupereremo più e che rileggevo a distanza di tempo per rivivere il mio umor di cane, come in un diario. Agli odiatori non rimane altra soddisfazione se non essersi appropriati di qualcosa non loro senza scopo alcuno se non il dispetto.

Oggi pensavo che vorrei essere dietro ad una finestra nella casa di un centro storico dell'Italia minore, a Sutri come a Celano, Avezzano o Bassano in Teverina a guardare la neve posarsi sulle strade illuminate di giallo; un silenzio assoluto, un luogo dove leggere la storia di questo paese davanti ad un camino. Non potevo trovare un regalo migliore sotto l'albero. Buon Natale

I dati macroeconomici sulle previsioni dell'anno che verrà sono altisonanti e prevedono un balzo del PIL oltre il 6%. Sono dati cosmetizzati, pettinati e rassicuranti come si confà ad una classe dirigente che non può sbagliare, cresciuta dietro le vetrate del Fondo Monetario Internazionale o alla Banca Centrale Europea: scuole per monarchi del potere finanziario in completi scuri come quelli di Mario Draghi. Dopo aver bonariamente deriso le pochette di Giuseppe Conte l'onda di denari, la più cospicua dai tempi del Piano Marshall e che ha visto l'Italia come il paese dell'Unione più generosamente aiutato, proviene dal borsello di un elegante signore dal curriculum stellare che ha portato non si sa come ed in pochi mesi l'Italia dalle ultime posizioni alla testa della classifica dei paesi più avanzati al mondo in organizzazione sanitaria e capacità di produrre ricchezza nonostante il crollo degli indici di salute economica causato a livello globale dalla pandemia. Come è possibile per le industrie produrre e vendere generando ricchezza (vera) se le materie prime anche solo le basilari come il legno e il ferro sono divenute introvabili?

 

Il reperimento di risorse naturali e petrolifere è divenuto a livello planetario un'impresa ardua ed anche se si hanno a disposizione quattordicimila euro per far arrivare un container da un porto asiatico verso gli Stati Uniti o l'Europa per trasportare merci del valore di gran lunga inferiore al costo di trasporto, risulta complicato calcolare un margine di guadagno così potente da risollevare una economia come quella italiana, pesantemente indebitata da quarant'anni di sprechi e corruzione. Ecco la misura della bugia, di questi dati buoni per certa stampa e ottimi per la politica televisiva, per le agenzie di rating e le carriere di chi vive all'ombra della finanza virtuale. Non sono più i partiti lo strumento di propaganda, non lo è la Confindustria del giovane Carlo Bonomi ma si tratta di messaggi provenienti dalle centrali finanziarie mondiali che dirigono l'orchestra degli investimenti dei paesi ricchi verso l'acquisizione a prezzi di saldo dei migliori assets dei paesi un tempo evoluti e competitivi ed oggi in grave difficoltà e dunque in svendita. Tra i quali ci siamo noi.

Solo oggi vedo l'inchiesta televisiva che Gad Lerner compì nel 2017 nel format "Operai" e risulta difficile comprendere oggi dopo due anni di Covid 19 come possa essere crollata la disocucupazione giovanile dinanzi al drammatico scenario emerso dalle interviste ai giovani che il lavoro, se lo trovano, sono costretti ad accettarlo a  condizioni incompatibili con la sopravvivenza di un individio anche ai costi ridotti di chi vive sull'appennino meridionale, mentre per gli ultrasessantenni che il lavoro ce l'hanno ma lo svolgono da quarant'anni la sveglia suona alle quattro di mattina per lavorare undici ore al giorno come manovali nei cantieri edili rischiando la vita ogni giorno per milletrecento euro al mese.

Non ci si deve augurare che le economie forti dell'Est del mondo implodano sotto il peso della bolla dell'indebitamento (il danno sarebbe grave per tutti) ma è necessario che la politica torni a svolgere il suo ruolo regolatore nel rispetto della dignità dell'uomo e contribuisca seriamente a filtrare notizie troppo spesso infettate dalla disinformazione delle fake news che creano fasulle speranze nelle giovani generazioni di cui nessuno ha intenzione di volersi davvero occupare.

E’ anche colpa di Fabio Fazio che nell’ultima puntata si è collegato in diretta con una villa molto conosciuta a Roma in piazzale Numa Pompilio, se sono andato a cercare un documentario realizzato da Carlo e Luca Verdone nel 2013. I due fratelli hanno avuto infatti il privilegio di essere stati autorizzati a girare un documentario sulla vita del più popolare attore italiano raccontandola dall’interno della sua abitazione; pochissime le persone che l’artista ammetteva in casa propria dunque una vera dimostrazione di fiducia ed affetto da parte degli eredi.

Nelle parole della sorella Aurelia i racconti delle abitudini che il popolare Albertone soleva praticare nei momenti di relax, in una dimora principesca con vista sulle Terme di Caracalla acquistata per 80 milioni nel 1958 (soffiandola a De Sica) e dove aveva vissuto il gerarca Dino Grandi ai tempi dell’impero fascista.

Ma è la visita che Carlo Verdone fa alla stanza da letto di Alberto Sordi che mi ha colpito: una stanza austera, con un letto da una piazza e mezza e rari mobili su uno dei quali era posizionata una radio bianca e rotonda. Dopo pranzo - la domenica attorno alle 14,15 - l’attore soleva stendersi e accendeva la radio per ascoltare la sua Roma impegnata nella partita di calcio. Tirava su la coperta sino al collo e puntualmente a metà del secondo tempo (o dopo il primo goal) si abbioccava e si svegliava anche alle sette di sera.

Questa scena silenziosa, impensabile per la vita che si presume possa condurre un personaggio pubblico, mi ha fatto pensare che anche io ho radio accese ovunque – che spesso porto in valigia durante i viaggi di lavoro – e guardo pochissimo la televisione. Si perché il suono della radio tiene lontana l’ansia delle immagini vomitate e mescolate ai numeri del contagio in Italia, non solo al tempo della peste. Per questo credo che il silenzio di una casa antica al centro di un piccolo borgo della Tuscia, lontano da tutti, sia il luogo più bello e sicuro per rifugiarsi ad ascoltare le voci lontane attraverso l’antenna in ferrite di una radio che mantenga la giusta distanza tra le travi di legno del soffitto e il mondo che c’è fuori.